Eduardo e la cucina nel suo teatro

Eduardo De Filippo porta sulla scena le tradizioni della cucina napoletana, vuole sul palco teatrale cibo vero da mangiare, tavole imbandite con diverse vivande, il ragù fumante, rigatoni, tacchino, cappone, pesce, la frittata di cipolle o le cipolle soffritte, il caffè scaldato, la pastasciutta, la frutta, ecc.

La scenografia per Eduardo deve esprimere il concetto del verosimile. Essa è tanto realistica quanto teatrale e come dichiara Franco C. Greco la rappresentazione teatrale in Eduardo “tende, a cogliere la verità attraverso la teatralizzazione del reale”; le pietanze che non sono per nulla finte scenografiche devono richiamarci alla memoria un ambiente realistico e familiare.

Si pensi al pranzo domenicale in “Non ti pago” (1940), o a quello presente in “Sabato, domenica e lunedì” (1959); al banchetto in “Napoli milionaria” (1945), alla tavola apparecchiata in “Filumena Marturano” (1946); alla mensa dei poveri del I atto in Miseria e nobiltà, alle scene dei pranzi in “Le bugie con le gambe lunghe” (1947); in “Mia famiglia” (1955); in “Il Sindaco del Rione Sanità” (1960); o ancora ricordiamo il caffè in “Natale in casa Cupiello” (1931), che secondo Luca “fete ‘e scarrafune”. Il protagonista rimprovera la moglie Concetta perché non è in grado di preparare un buon caffè:<<Concè ti sei immortalata! Che bella schifezza che hai fatto! [ ] Non ti piglià collera Concè. Tu si una donna di casa e sai fare tante cose. Per esempio ‘a frittata c’ ’a cipolla, come la fai tu non la sa fare nessuno. È una pasticceria. Ma ‘o ccaffè non è cosa per te. [ ] Non lo sai fare e non lo vuoi fare, perché vuoi risparmiare. Col caffè non si risparmia. E’ pure la qualità scadente: chisto fete ‘e scarrafune…>>.

L’importanza del caffè è altresì evidente nell’ opera “Questi fantasmi” (1946); nel “cerimoniale del caffè” notiamo infatti quanto il caffè assumi una valenza di primo ordine; esso viene solennemente decantato da Pasquale Lojacono nel II atto mentre parla con l’immaginario dirimpettaio il prof. Santanna.

Intrigano (ed incuriosiscono i non napoletani) questi versi di Eduardo De Filippo che celebrano un sugo che egli tiene moltissimo a specificare che non è “carne col pomodoro”.
La migliore versione è sempre quella della mamma.
” ‘O ‘rraù ” è inserita in “Sabato, domenica e lunedì”, una commedia che, su un arco temporale di tre giorni, ruota intorno alla preparazione del ragù per il pranzo della domenica: con malintesi, litigi e riappacificazioni.

 

O rraù

O rraù ca me piace a me
m’ ‘o ffaceva sulo mammà.

A che m’aggio spusato a te,
ne parlammo pè ne parlà.

Io nun songo difficultuso,
ma luvàmmel’ ‘a miezo st’uso.

Sì, va buono: cumme vuò tu.
Mò ce avéssem’ appiccecà?

Tu che dice? Chest’ ‘è rraù?
E io m’ ‘o   mmagno pè m’ ‘o mangià…

M’ ‘a faja ricere na parola?…
Chesta è carne c’ ‘a pummarola!

Eduardo e la cucina nel suo teatroultima modifica: 2010-08-27T18:22:00+02:00da incredinews
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